Nei dintorni del Comune di Scheggia, incastonato in una piccola vallata alle pendici del Monte Catria, si presenta un monastero immerso in un contesto naturalistico che dona un’atmosfera sospesa nel tempo. Il luogo scelto per l’eremo si trova vicino ad una sorgente ed è ricco di alberi di nocciolo, da cui deriva il toponimo di avellana (altro nome della nocciola). I primi eremiti di origine eugubina si insediarono intorno al X secolo, ispirandosi alla predicazione di S. Romualdo, padre fondatore di alcune abbazie, la più vicina delle quali è quella di Sitria. Il nucleo originario del monastero è da attribuirsi a S. Pier Damiani, giunto a Fonte Avellana nel 1035. A lui si devono la biografia di S. Romualdo e una Regula vitae eremiticae, nella quale si descrive un ideale di eremitismo molto rigoroso e quasi autonomo rispetto alla vita cenobitica. Fondatore della Congregazione degli Avellaniti, promosse il ruolo spirituale e culturale del monastero rendendolo celebre fino ai nostri giorni. Lo stesso Dante ne parla nella sua Commedia.

Nel 1325 divenne abbazia, ma sul finire dello stesso secolo fu ceduto in commenda, fatto che sancì l’inizio del suo declino fino al 1700.

Nel XIX secolo subì l’oppressione napoleonica e, in seguito, risentì dell’instabilità del neonato Stato italiano.

Alle celle dei primi eremiti, probabilmente di tipo capannicolo, si sostituirono a partire dall’XI secolo le strutture edilizie in pietra: la chiesa con la cripta, il chiostro, la sala capitolare, lo scriptorium, le celle, la foresteria e la biblioteca. Papa Giulio II, commendatario del monastero, ampliò il complesso facendo raddoppiare il numero delle celle, alzare il piano di calpestio e realizzare finestre lungo le murature.

Tra i vari ambienti è sicuramente lo scriptorium quello che colpisce di più l’attenzione sia per la bellezza, sia per la rarità. Il ricco patrimonio librario oggi è conservato in gran parte nella Biblioteca Apostolica Vaticana, mentre a Fonte Avellana rimangono undici manoscritti. La prima costruzione dello scriptorium risale all’XI secolo, ma venne sostituita e ampliata nel secolo successivo. Il corpo di fabbrica risulta sporgente rispetto a tutto il complesso garantendo quindi una buona esposizione alla luce del sole, favorita dall’orientamento della costruzione in direzione nord-sud, che consente di utilizzare la luce come in una meridiana. L’ambiente di forma rettangolare è coperto da una grande volta a botte, ribassata nel XV secolo e riscoperta nel 1958; sulle pareti si aprono dieci finestre disposte su due registri.

Vicino allo scriptorium, si trova la sala intitolata a S. Giovanni da Lodi, edificata per il culto, ma utilizzata prima come ambiente di disbrigo dello scrittorio e poi come anticamera della residenza degli abati.

La biblioteca Dante Alighieri è ospitata in una sala dell’XI secolo originariamente dedicata ai pellegrini. Oggi ospita circa settemila volumi, mentre nella biblioteca antica, collocata nella sezione della clausura, si conservano circa venticinquemila volumi dal XV al XIX secolo.

Il chiostro risale alla costruzione voluta da S. Pier Damiani e presenta arcate a tutto sesto sormontate da coperture a crociera, fatta eccezione per due archi ogivali originari, di chiaro richiamo alle strutture architettoniche tipiche degli edifici in Terra Santa. Intorno al chiostro sono visibili alcuni elementi interessanti: il portale di accesso al refettorio, in legno di noce splendidamente intagliato e risalente alla seconda metà del XVI secolo, i resti di una fontana, un progetto trecentesco disegnato e firmato dall’architetto eugubino Gattapone e l’affresco nella lunetta soprastante l’accesso alla clausura, datato 1593 e riproducente l’unione della congregazione avellanita con quella camaldolese di fronte alla Madonna con il Bambino.

Nella sala capitolare, di forma rettangolare e coperta da una volta a botte, si conservano tracce di affreschi del XIV secolo, in pessime condizioni a causa dell’utilizzo di questo ambiente come magazzino, legnaia e addirittura forno per il pane. La cripta è l’ambiente più antico e affascinante: risale al X secolo ed è costruita a ridosso della roccia viva, che affiora da una delle pareti. Si conservano i due bracci del transetto, ma non la navata unica, a causa della costruzione della basilica al livello superiore. Quest’ultima viene iniziata nel 1171 e consacrata nel 1193. Presenta un impianto a croce latina, con navata unica e presbiterio rialzato. Il Crocifisso, risalente al 1567, sopra l’altare è opera di Francesco Tiraboschi, mentre i due altari barocchi ai lati della navata sono dedicati a S. Albertino e a S. Vittoria, uno dei quali è sormontato da una tela di G. Francesco Ferri.

Il coro e l’organo risalgono alla metà dell’Ottocento.

Gli ambienti dedicati alla clausura non sono visitabili. Si tratta di ambienti successivi alla fabbrica romanica, realizzati per lo più tra XVII e XVIII secolo. Oggi il monastero, ancora estremamente attivo, propone ai suoi visitatori soggiorni a carattere spirituale e culturale, offrendo anche prodotti medicamentosi naturali preparati secondo le tradizioni monastiche nell’ antica farmacia.